Cos’è Phantom Kid? Per rispondere, bisognerebbe prima conoscere la casa editrice che ha pubblicato questo fumetto (quasi) supereroistico. The Reality Comics è una piccola realtà Americana, un progetto con un piano a medio-lunga scadenza in mente.

Il web non fornisce molte informazioni su questo gruppo. C’è una pagina facebook, un canale youtube con diversi video, una pagina web e qualcosa su comixology.
Quello che ho visto mi è sembrato abbastanza spregiudicato e al contempo capace di non prendersi sul serio, da attirare la mia attenzione.

Girando tra le pagine troviamo Deathwitch: the fairy tale of trinity cross, una storia che si preannuncia come un mashup tra lo stile di Joss Whedon e Dante’s Inferno; Team InDysTructible, un gruppo di supereroi disfunzionali e affetti da particolari disturbi quali depressione, paraplegia, tricofagia.

Ci si sposta di nuovo su tematiche soprannaturali con Weredevil: the professor from the dark lagoon, personaggio horror old style dalle due personalità, come il dr. jekyll e mr. hyde, ma senza alcuna faccia buona della medaglia.
Si arriva, infine, a Phantom Kid, protagonista di questa recensione.

Phantom Chi?

Phantom Kid è Reggie Reynolds, un ragazzo qualunque, se non fosse per il costume che indossa durante le sue ronde da vigilante. Altro elemento fondamentale è che Reg è veramente negato per fare l’eroe.

Reynolds viene mandato a Railway City (la metropoli in cui si intrecciano le storie dei vari protagonisti di The Reality Comics) dall’intera popolazione del suo piccolo paese. Si, tutti i suoi compaesani sanno di lui.
Keith Planit (autore) e Joe Koziarski (disegnatore) presentano il personaggio nel più classico dei modi: un tentativo di aggressione ai danni di un gruppo di povere ragazze ad opera di una gang di brutti ceffi mascherati in piena sera.

In questa situazione, Phantom Kid dimostra di non  essere un totale sfigato, ma non di certo una macchina da guerra. Qualche problema di mira, poco abile nello schivare un tubo, ma anche un ottimo fisico e delle capacità acrobatiche non proprio nella norma.

Il suo buon senso si alterna ad una sconsideratezza senza eguali, ciò rende il personaggio piuttosto imprevedibile.
Immancabile è il flashback, utile per aggiungere dettagli alla costruzione del protagonista, senza essere non investito di quel noioso e pedante infodump che tende ad uccidere il ritmo.

Nella terza macrosequenza, rispettando il più classico dei topoi supereroistici, è descritto l’allenamento, atto a mettersi alla prova e superare i propri limiti. L’esercizio è necessario per diventare veri eroi, e Phantom Kid sembra averne davvero bisogno!

Altro elemento cardine del filone è l’incontro con l’insegnante di turno. Qualcuno che sappia cosa fare, che conosca il campo di competenza dell’eroe e che possa donargli conoscenza, aiutandolo a scoprire il vero sé stesso. A questo importante ruolo adempirà la vedova del supereroe Maximum Man.

Non mi addentrerò maggiormente nei dettagli del primo episodio per evitare spoiler.

Art Style di Phantom Kid

Per quanto riguarda stile, tecniche, regia, montaggio e disegni si nota un utilizzo massivo delle didascalie contenenti i pensieri di Reggie in prima persona. Particolare è il colore usato per tali didascalie, un nero che sicuramente spicca all’interno di un comic in b/n piuttosto luminoso.

Insolito è anche l’uso di due vignette consecutive contenenti un balloon fuori campo, espediente normalmente utilizzato per creare hype nell’attesa che il personaggio parlante si palesi, pronto ad agire.

L’utilizzo piuttosto importante di onomatopee e linee cinetiche contribuisce a dare la sensazione che si stia leggendo un fumetto supereroistico old style, nonostante vi siano elementi più moderni (lessico e tecnologia).
Nessuna gabbia rigida (presente ad esempio negli albi Bonelli), anzi più di una volta le splash page vengono utilizzate come sfondo per piccoli panel, espediente normalissimo nei comic book statunitensi.
Presente anche il retinato che amplifica l’effetto anni 60/70.

Concludendo!

In ultima analisi, ci troviamo di fronte ad un prodotto molto simile al Kick Ass di Mark Millar e John Romita Jr. Ciò potrebbe risultare corretto a prima vista. Planit però sembra per nulla interessato a rappresentare una forma estrema di violenza e trash, né tantomeno criticare la figura del supereroe puro e idealista. Cerca semmai di innalzarlo e riproporne i canoni all’interno di un universo (anzi, intraverso) del tutto nuovo.

Qui non si scopiazza Stan Lee ma si seguono i suoi dettami per un progetto personale, sebbene non proprio originale.